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Alla scoperta degli alberghi diffusi, "invenzione" Italiana

ecoturismo

Alla scoperta degli alberghi diffusi, “invenzione” italiana

Case diffuse nei borghi abitati con tutti i servizi dell'accoglienza garantiti. Sono gli Alberghi Diffusi. Ce li racconta Giancarlo Dall'Ara

Scritto da il 11 febbraio 2016 alle 7:30 | 5 Commenti

Alla scoperta degli alberghi diffusi, “invenzione” italiana

Gli alberghi diffusi sono una tipologia di offerta turistica nata in Italia e che sta prendendo piede nel Mediterraneo e non solo. Ideatore è Giancarlo Dall’Ara esperto di Marketing del Turismo

Per chi non ne ha mai sentito parlare cosa è un Albergo Diffuso?

È un albergo che non si costruisce “dal nulla” ma nasce mettendo in rete case pre-esistenti, disabitate, ma site in un borgo popolato, allo scopo di offrire agli ospiti tutti i servizi alberghieri. Alcune case vengono utilizzate come camere mentre una di esse diventa il luogo di accoglienza, con gli spazi comuni per gli ospiti e un punto ristoro. In altre parole un albergo diffuso non è una rete di B&B, non è una semplice sommatoria di case, ma un albergo orizzontale e sostenibile.

Quando è stata utilizzata per la prima volta l’espressione “albergo diffuso”?

Erano i primi anni ’80 ed ero in Carnia per un progetto di formazione e di sviluppo turistico. A quei tempi al termine “albergo diffuso” non corrispondeva una idea chiara relativa ad un modello di ospitalità originale e distinto dagli altri. In altre parole prima è nato il nome poi il modello e ciò è stato possibile grazie ad una riflessione sul significato della parola “albergo” nella storia dell’ospitalità italiana e ad una serie di esperienze e progetti nel Montefeltro e in Sardegna soprattutto. Non a caso è stata proprio la Sardegna, nel 1998, la prima regione italiana a disciplinare l’albergo diffuso come modello di ospitalità originale e distinto dagli altri, accogliendo una mia proposta, a seguito di un progetto di AD fatto a Bosa.

Va chiarito che case sparse che accolgono turisti ci sono sempre state e, ovviamente, non solo in Italia, ma la formula di case che diventano camere e che, in rete, garantiscono agli ospiti tutti i servizi alberghieri, in un borgo vivo e non disabitato (che sarebbe un villaggio turistico), è tutta italiana e per essere realizzata richiede una legge ad hoc.

Esiste una normativa precisa in Italia e uguale nelle singole regioni?

In Italia la regolamentazione dell’attività turistica è di competenza regionale. Tutte le regioni oggi hanno una regolamentazione dell’attività di AD, ma non tutte le norme sono uguali e anzi molte di esse non sono neppure complete. Inoltre diverse normative regionali sono talmente complicate da sembrare scritte apposta per non far nascere alberghi diffusi.

Un anno fa sembrava che il Ministero avrebbe emanato una direttiva per migliorare le varie norme regionali, ma al momento tutto è fermo. Così accade che la maggior parte dei progetti di AD rimanga nel cassetto e molte nuove imprese ospitali muoiano prima ancora di nascere.

Perché è un tipo di turismo sostenibile?

Perché non si costruisce niente: le case tutt’al più sono recuperate senza essere stravolte, spesso utilizzando solo tecniche e materiali locali. In più ogni AD offre i prodotti del territorio ed è attento a non creare impatto sociale perché lavora su piccoli numeri, trasformando i turisti in residenti temporanei che vivono in case che non sono “separate”, ma si trovano in mezzo a quelle abitate dai residenti.

Può farci qualche esempio di borgo valorizzato dalla presenza di Albergo Diffuso?

Santulussurgiu in Sardegna, Comeglians in Friuli, il centro storico di Termoli in Molise, Portico di Romagna in provincia di Forlì, Scicli in Sicilia, Semproniano in Toscana, Castelvetere in Irpinia, Belmonte Calabro, e poi Cabras nel Sinis, per non parlare di Santo Stefano di Sessanio. In Italia ci sono un centinaio di alberghi diffusi che svolgono questo compito e ce ne sarebbero molti di più se le norme fossero semplificate.

 È un modello esportato o esportabile all’estero?

Qualche anno fa abbiamo avviato un esperimento in Spagna, dove, pur in assenza di una normativa specifica, è partita una esperienza molto interessante. Da allora abbiamo verificato che, a certe condizioni, un AD può funzionare anche all’estero specie nei paesi del mediterraneo, Croazia in primis. Attualmente siamo molto impegnati a seguire progetti in Giappone, che ci sembra il paese con più vocazione all’AD al di fuori del mediterraneo.

Rispetto al turismo in Italia, è possibile tracciare un orientamento di questa tipologia di strutture? Qual è l’andamento? Risente della crisi?

Gli AD ovviamente risentono della crisi generale, ma assai meno delle strutture tradizionali: fino al 2014 abbiamo chiuso ogni anno con un più 10%, per il 2015 non abbiamo ancora i dati, ma l’impressione è positiva per la gran parte degli AD. Sono molti i motivi per i quali risentiamo di meno della crisi di altri: siamo molto competitivi nei prezzi e abbiamo proposte uniche, irripetibili, che in più lavorano tutto l’anno.


Commenti

Ci sono 5 commenti.

  • valentino Bega
    scrive il 12 febbraio 2016 alle ore 09:48

    Desidero ricevere, gratuitamente via mail o fc, la vs. interessante rivista. Sono un libero professionista esperto in turismo enogastronomico e mi occupo di progettazione e organizzazione eventi.

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L'autore

Letizia Palmisano

Giornalista dal 2009, esperta di tematiche ambientali e “green” e social media manager. Collabora con alcune delle principali testate eco e scrive sul suo blog letiziapalmisano.it. È consulente sulla comunicazione 2.0 di aziende ed eventi green e docente di social media marketing. In 3 aggettivi: ecologista, netizen e locavora (quando si può).


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