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Sci riciclati, oggi si può

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Edilizia da sci riciclati, l’innovativo progetto del Politecnico di Milano

Ogni anno vengono buttate tonnellate di sci, da un progetto universitario nasce l'opportunità di riciclarli e creare delle tensostrutture. L'intervista al prof. Marco Imperadori

Scritto da il 12 gennaio 2016 alle 9:30 | 0 commenti

Edilizia da sci riciclati, l’innovativo progetto del Politecnico di Milano

Costruire delle strutture d’emergenza grazie agli sci inutilizzati o da smaltire. Ora è realtà, grazie al progetto del prof. Marco Imperadori Associato presso il Politecnico di Milano e titolare della cattedra di Progettazione e Innovazione Tecnologica presso la Facoltà di Ingegneria Edile-Architettura, portato avanti con il lavoro di tre studenti dell’università dal titolo “Architecture for refugees, Resilience Shelter Project”. Ogni anno, solo nell’arco alpino, vengono buttate circa 1500 tonnellate di sci. In genere smaltire un paio di sci, è molto costoso, essendo assemblati infatti, devono essere bruciati nelle acciaierie ad altissime temperature. Abbiamo intervistato il professore Imperadori che ci ha spiegato meglio il senso di questo progetto.

Come è nata l’idea di riciclare gli sci?

L’idea è nata dall’approfondimento di una soluzione elaborata dagli studenti dell’università di Grenoble guidati dalla collega e amica la prof. Dominique Daudon, volta alla realizzazione di piccoli rifugi d’emergenza utilizzando sci di recupero. Partendo dall’elaborato di Grenoble, i tesisti Elisa Mutti, Ilaria Polese e Federico Lumina del Polotecnico di Milano hanno realizzato una struttura simile ad una Yurta, le tipiche abitazioni mobili, costruite in legno, adottata da molti popoli nomadi dell’Asia. Al lavoro con le aziende che hanno messo a disposizione materiali, fissaggi, tendine, e telo esterno per il tetto e con la Scuola Edile di Lecco che ha offerto la propria area cantiere grazie al direttore Mauro Fumagalli, è stata allestita una cupola dimostrativa denominata “Ski Dome” con l’utilizzo di sci dismessi donati dai noleggiatori della Val Seriana. La struttura è stata montata in poco più di 4 ore e smontata in solo mezz’ora. Con questo innovativo progetto abbiamo partecipato al Life Learning Program della Comunità europea, l’obiettivo è stato dimostrare come anche gli sci divenuti rifiuto possono diventare un’opportunità di sviluppo e guadagno.

Ci spieghi meglio in che cosa consiste il progetto.

Il progetto consiste nella realizzazione di una tensostruttura con la forma di una Yurta che ricopre una superficie di 3mq e che prevede al suo interno elementi d’arredo sempre realizzati con materiali di recupero, la costruzione ha un tamburo perimetrale, dei puntoni e un pilastrino centrale in grado di sorreggere un involucro tessile e un lucernario zenitale che dà anche ventilazione naturale. La struttura verrà inviata in Guinea Bissau ai Padri Missionari Oblati di Maria come campo base per la creazione di un nuovo villaggio e ospiterà i volontari bergamaschi che faranno del posto anche il loro spazio operativo. Essendo una zona molto vicina all’Equatore, la yurta è stata progettata anche per schermare l’acqua e il sole. Subito dopo la fine della missione la struttura resterà in Guinea e diventerà una chiesetta. Dunque il progetto non è rimasto sperimentale ma diverrà invece una costruzione a disposizione degli abitanti del posto.

Quali sono le opportunità dell’edilizia da materiale riciclato?

Le opportunità sono notevoli: immaginare nuovi cicli per ogni genere di materiali specie per quelli difficili da scomporre (come gli sci) vuol dire far parte della natura e rispettarne la ciclicità. Invece che riciclo infatti, chiamerei questo processo “upcycle”, un termine che rispecchia il grado più alto del semplice riciclo, la sua elevazione.

Che fine fanno in genere gli sci usati?

Una brutta fine, in genere dopo 2-3 anni diventano degli scarti ed essendo assemblati, vengono bruciati ad altissime temperature nelle acciaierie e farlo costa anche tanto.

Quali sono gli altri materiali che si possono riciclare?

Sono tantissimi i materiali del futuro, faccio alcuni esempi: alcuni fanghi industriali una volta cotti diventano ceramiche porose in grado di assorbire acqua dalle quali può crescere vegetazione in grado, dunque, di mitigare il clima e dare raffrescamento; gli scarti ottenuti delle conchiglie di madre perla una volta estratti i bottoni, si possono triturare e mischiare a del cemento, in questo modo si ottiene un materiale da costruzione resistente e termo riflettente. E ancora il cartone può essere pressato e intonacato oppure dal riuso del pet delle bottigliette di plastica si può ottenere del poliestere e farci le imbottiture per giacche oppure degli isolanti.

Ci sono altri progetti dedicati al riuso in cantiere?

Questo è un tema che continuerò a studiare e che mi appassiona molto, sono convinto che il concetto di resilienza e sostenibilità insieme rappresentino la chiave per rilanciare l’economia in ottica green nel mondo. Ultimamente dopo l’esperienza positiva degli sci, ho pensato anche al possibile riuso degli snowboard, hanno una forma diversa e dunque si possono immaginare sistemi diversi di riutilizzo, ma ci sono anche i pallet da trasporto con cui si potrebbero fare molte cose e, infine, con il mio amico Kengo Kuma abbiamo pensato ai mille usi dei cestini di bambù che in Giappone contengono i dolci, il bambù è un ottimo materiale per eventuali nuove strutture.

Che tipo di riscontro ha avuto tra gli operatori del settore e tra gli studenti?

Il concetto che cerco di spiegare nelle mie lezioni è che l’architettura è materia e costruzione ma, ci vuole anche la coscienza del costruire. I miei studenti sono affascinati ed entusiasti da questi progetti e anche gli operatori e le aziende coinvolte che non avevano mai immaginato il riuso di certi materiali, un processo che chiamo “reverse architecting” e che agli operatori del settore spesso porta nuovi guadagni e molte meno spese. Questo è il messaggio che vogliamo mandare a tutti, il messaggio assolutamente sbagliato è credere di poter inviare gli sci che non usiamo più in Africa. Quello giusto è: creiamo coscienza, rispettiamo il mondo e la natura e studiamo i materiali del futuro.

 


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L'autore

Eleonora L. Moscara

Eleonora L. Moscara, freelance leccese. Inizia a lavorare come giornalista nel 2008 nella redazione tg di un'emittente televisiva locale. Fino ad oggi ha collaborato con diverse testate: dalla carta stampata al web e uffici stampa di vario genere. Si occupa prevalentemente di ambiente e cultura. Scrive sul Nuovo Quotidiano di Puglia e sulla rivista Salento Review. Per Tekneco coordina la redazione web e si occupa della gestione del social media management.


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