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La riforma degli incentivi non spingerà l’eolico | Tekneco

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La riforma degli incentivi non spingerà l’eolico

Il Wind energy report 2012 del Politecnico di Milano ha messo in luce come le potenzialità del mercato italiano siano frenate dalle complicazioni burocratiche

Scritto da il 16 novembre 2012 alle 8:30 | 7 Commenti

La riforma degli incentivi non spingerà l’eolico

Photo: Mino Andrade, Flickr


L’eolico italiano è destinato a rallentare e non certo per mancanza di vento: il comparto, infatti, ormai da alcuni anni ha perso quella spinta propulsiva che l’aveva portato a essere la prima energia alternativa del nostro Paese. A causa delle incertezze sul fronte dell’incentivazione ma, anche, occorre ammetterlo, per via delle inchieste giudiziarie che hanno interessato numerosi progetti nel Meridione del Paese, l’eolico ha subito nel 2011 il netto sorpasso da parte del fotovoltaico in termini di capacità installata ed energia prodotta.

Inoltre, il Decreto sull’incentivazione delle rinnovabili elettriche varato del Governo lo scorso luglio non sembra essere lo strumento migliore per rilanciare il comparto. Eppure la base di partenza del settore non è certo delle peggiori: secondo quanto certificato dal Wind Energy report dell’Energy&Strategy Group del Politecnico di Milano, nonostante tutto, il nostro Paese rimane il settimo mercato mondiale dell’energia del vento, con 6,7 GW di potenza totale disponibile alla fine del 2011, con quasi 1 GW realizzato l’anno scorso.

A questi dati si devono aggiungere ulteriori 220 MW installati nella prima metà del 2012. La produzione elettrica nel 2011 è stata di 9.856 GWh, in lento ma costante aumento rispetto ai 4.861 GWh del 2008. I numeri dell’energia del vento appaiono interessanti anche da un punto di vista economico: nel 2011 l’eolico nazionale ha generato un volume d’affari pari a 3,3 miliardi di euro, in linea con i valori fatti registrare nel 2010.

Nell’ultimo anno si è però assistito a una diminuzione del costo medio totale di investimento per l’installazione di un parco eolico (-5%), che ha comportato un decremento del fatturato delle fasi a monte della filiera, specialmente per quanto riguarda i produttori di aerogeneratori, determinato dall’eccesso di capacità produttiva e dall’entrata di nuovi concorrenti. Questa tendenza è stata controbilanciata da un aumento della produzione e vendita di energia elettrica.

La filiera dell’eolico

Per quanto riguarda il 2012, il Wind Energy report stima pertanto un volume d’affari complessivo in linea con quello degli ultimi anni e pari a 3,5 miliardi di euro. Lo sfruttamento dell’energia del vento, per la sua natura e complessità, richiede, infatti, investimenti ingenti: l’installazione di un impianto eolico a terra di medie e grandi dimensioni necessita complessivamente di investimenti nell’ordine di 1,4 milioni di euro al MW (1,6 milioni in Italia a causa degli extracosti di sviluppo e generazione).

Larga parte di questi costi (circa il 72%) è determinata dal valore dell’aerogeneratore, il vero e proprio cuore del sistema eolico, che ha il compito di catturare l’energia cinetica del vento, trasformarla in energia meccanica attraverso l’impiego delle pale eoliche e, infine, con l’ausilio di un generatore, in energia elettrica. La restante parte dell’investimento serve a coprire i costi di consulenza tecnica e sviluppo del progetto (circa l’8%) e quelli per la realizzazione delle infrastrutture civili ed elettriche indispensabili a garantire il collegamento dell’impianto alla rete.

L’efficienza media degli impianti è abbastanza bassa e compresa tra 12 e 15%, ma il costo dell’energia prodotta da impianti eolici è pari a 7 centesimi di euro al kWh, ossia già oggi si sta lavorando in condizioni molto prossime alla grid parity, la piena competitività di costo con le fonti tradizionali. L’eolico potenzialmente, dunque, resta un business molto interessante: in Italia a contendersi “la torta” ci sono circa 230 imprese che operano direttamente nelle varie aree di business del mercato italiano dell’energia eolica. La presenza di aziende “Made in Italy” al 100% è, però, circoscritta ad alcuni precisi ambiti: nella progettazione e installazione di impianti la percentuale di operatori italiani è del 71%.

Analoga è la situazione per le attività legate alla gestione delle centrali. Se invece si prende in considerazione la produzione di componenti il peso delle imprese nostrane scende al 48%, mentre rappresenta solo una piccola parte (14%) sul totale delle realtà che producono aerogeneratori. Questi dati stanno a significare che le fasi di progettazione e installazione sono appannaggio di operatori italiani, grazie alla vicinanza al territorio e al contatto diretto con gli investitori.

D’altronde, a causa della complessità delle procedure autorizzative, è difficile che un player straniero possa muoversi con successo senza una vera e propria sede in Italia. Al contrario, il Made in Italy è in palese difficoltà negli stadi a monte della filiera, in cui l’innovazione tecnologica ha un ruolo preponderante, che sono dominati da grandi imprese straniere, europee in primis (Vestas, Gamesa, Enercon e REpower). La maggior parte di queste società è presente nella Penisola con una filiale commerciale, mentre è rara la presenza di stabilimenti produttivi sul territorio italiano.

I problemi sul fronte della burocrazia e dell’incentivazione

In Italia, però, lo sviluppo del settore è stato inferiore rispetto alle potenzialità e alle aspettative di alcuni anni fa a causa delle lungaggini burocratiche: per approvare un progetto eolico ci vogliono in media 4-5 anni, molto di più che nel resto dell’Europa, anche a causa della sindrome Nimby (Not in my back yard, non nel mio giardino) che, purtroppo, affligge l’Italia anche per quanto riguarda le fonti rinnovabili. Il risultato sono extracosti a carico delle imprese e impianti poco innovativi da un punto di vista tecnologico, perché studiati e progettati diversi anni prima rispetto all’effettivo inizio della produzione energetica. Questo spiega perché l’Italia, infatti, sia rimasta “indifferente” al trend mondiale di incremento delle dimensioni e delle potenze dei singoli aerogeneratori.

Anche le difficoltà sul fronte dell’incentivazione stanno frenando il settore: sino ad oggi l’energia prodotta dagli impianti eolici è stata incentivata con due alternativi meccanismi di sostegno: i Certificati Verdi e le Tariffe onnicomprensive (queste ultime solo nel caso di impianti con potenza minore di 200 kW). Il recente Decreto del Governo sulle rinnovabili elettriche, varato lo scorso luglio dopo un lunghissimo periodo di attesa, ha abolito il sistema dei Certificati verdi (di cui gli operatori avevano lamentato nel tempo una forte riduzione di valore) e introdotto per tutte le installazioni una tariffa onnicomprensiva legata direttamente alla produzione elettrica.

Il nuovo sistema, però, non appare destinato a migliorare le cose: oltre al taglio delle tariffe incentivanti (intorno al -10%) è previsto un complicato sistema di Registri (per gli impianti tra i 60 kW e i 5 MW) e aste al ribasso (oltre 5 MW), che rischia di dilatare ulteriormente i tempi e escludere dall’incentivazione una fetta consistente di installazioni.

Complessivamente, nel triennio 2013-2015, l’eolico italiano non dovrebbe infatti andare oltre gli 1,5 GW di nuova capacità installata, ossia più o meno la metà del trend (peraltro non esaltante) degli ultimi anni. Tutto questo, ha denunciato l’Anev, la principale associazione di categoria, spingerà le piccole imprese dell’eolico a chiudere e le grandi aziende italiane a investire all’estero, privando l’Italia di tutte le opportunità e i benefici che lo sviluppo del settore potrebbe comportare in termini di occupazione, benefici economici, miglioramento della bilancia commerciale e indipendenza dall’estero. Qualche prospettiva in più potrebbe esserci per il minieolico, ossia gli aerogeneratori per la produzione di energia elettrica di taglia più ridotta (compresa fra 1 e 200 kW).

Alla fine del 2011, in Italia la potenza complessivamente installata in impianti mini eolici ha raggiunto i 13 MW (il 2% del totale mondiale) distribuiti in circa 300 installazioni. Nel 2011 si è assistito a un vero e proprio balzo di questo tipo di impianti, con ben 9,1 MW di nuova capacità, grazie agli investimenti delle imprese agricole e delle tenute olivicole e vitivinicole, che hanno scommesso su questa fonte per integrare il proprio reddito “tradizionale”. Anche nei prossimi anni, soprattutto per la taglia sotto i 60 kW, la remunerazione per le Pmi dovrebbe rimanere appetibile. Insomma anche per l’eolico, così come per il fotovoltaico, la strada suggerita dalle normative installate è quella del piccolo. La competizione con il solare, che da un punto di vista tecnologico è strutturalmente più portato all’integrazione architettonica negli edifici, rischia però di lasciare nella condizione di marginalità il minieolico.

Eolico marino: L’offshore resta al largo dalla Penisola

Un discorso a parte meritano le installazioni eoliche marine, il cosiddetto offshore, che rappresentano indubbiamente una delle frontiere, sia dal punto di vista tecnologico che del business, più interessanti del settore nel suo complesso. I vantaggi dell’offshore rispetto alle torri a terra sono sostanzialmente due: innanzitutto possono sfruttare maggiormente, per l’assenza di ostacoli (edifici o alture), le correnti aeree, che peraltro si manifestano con maggiore intensità sul mare. Inoltre non hanno, purché opportunamente distanziate dalla costa, un impatto negativo sul paesaggio e non interferiscono con le attività umane.

Esistono, però, almeno altrettanti svantaggi: questi impianti necessitano di “fondazioni” ad hoc per adattarsi all’ambiente marino, e perciò hanno un costo ancora oggi circa doppio degli analoghi onshore. Inoltre hanno bisogno di innovative infrastrutture ad hoc di collegamento alla rete elettrica, che potrebbero rivelarsi sul breve termine un importante “collo di bottiglia”per lo sviluppo del settore.

Nel nostro Paese, in realtà, questa tecnologia è stata la principale vittima della sindrome Nimby: tutti i progetti presentati negli ultimi anni in Italia sono stati bocciati o si sono “arenati” nella fase autorizzativa. Eppure l’Italia, anche se non è certo il territorio ideale per questo genere di installazioni, secondo il Wind energy report, ha un potenziale di circa 10 GW di installato.

Nel resto d’Europa si è invece già passati dalle parole ai fatti: a fine 2011 erano 3,8 i GW complessivamente installati nel 2011, con un tasso di crescita annuo ponderato nel periodo 2007-2011 del 41%. Nel corso dell’ultimo anno sono stati completati nei mari dell’Europa 9 impianti per 235 turbine, con una potenza complessiva pari a 866 MW. La realizzazione di questi impianti ha richiesto investimenti per oltre 2 miliardi di euro (il 25% del totale investito in Europa nel settore eolico nel suo complesso), in crescita del 40% rispetto agli 1,5 miliardi del 2010. L’interesse per questo tipo di applicazioni è confermato dal fatto che Regno Unito e Germania stanno guidando la corsa per le nuove installazioni, avendo attivato già nuovi progetti che dovrebbero portare a ulteriori 2,3 GW installati entro i prossimi 5 anni.


Commenti

Ci sono 7 commenti.

  • geol.eliseo ziccardi
    scrive il 16 novembre 2012 alle ore 17:54

    Congratulazioni a Torchiani, è un articolo succinto e compendioso che chiarisce molto lo stato attuale dello sviluppo eolico; il Governo, aggiungo, dovrebbe inserire nello " sviluppo " le installazioni da 1GW e snellire le procedure e la buracrozia che incombe negativamente. geol eliseo ziccardi

  • Marco Galliano
    scrive il 23 novembre 2012 alle ore 11:41

    Articolo interessante. Quello che voi chiamate "effetto nimby" è la giusta e ovvia opposizione dei cittadini alla devastazione ambientale e territoriale provocata da questi impianti. L'eolico industriale non è adatto al territorio italiano, come avete detto voi ha una bassissima efficienza e distrugge uno dei più importanti beni, anche dal punto di vista economico, che l'Italia possiede: il paesaggio. Per questa ragione sarebbe bene che il governo eliminasse qualunque forma di incentivazione economica per questi impianti. Ovviamente non devono essere indeboliti in alcun modo i vincoli paesaggistici che proteggono i territori, anzi, dovrebbero essere rafforzati perchè, specie al sud, non hanno ostacolato la devastazione paesaggisstica e ambientale provocata da una moltitudine di impianti eolici industriali. Il governo farebbe meglio a incentivare l'efficienza energetica e le rinnovabili termiche.

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L'autore

Gianluigi Torchiani

Giornalista classe 1981, cagliaritano doc ormai trapiantato a Milano dal 2006. Da diversi anni si interessa del mondo dell’energia e dell'ambiente, con un particolare focus sulle fonti rinnovabili


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