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Ritessere il futuro

Intrecciando assi l’uomo antico costruisce le proprie navi per spostarsi per mare e al termine del viaggio di quelle assi intrecciate, le capovolge: le fa diventare i tetti delle proprie case.

Scritto da il 08 febbraio 2011 alle 12:00 | 0 commenti

Ritessere il futuro

C’è in corso in tutto il pianeta una ricerca di nuovi modi di costruire le nostre forme abitative affinché abbiano un contenuto che sta tra l’innovazione e il recupero di una antica attitudine di leggerezza, di una mobilità del nostro abitare che si adatta all’ambiente. Mi riferisco alle architetture tessili, a quelle architetture che costruiscono con membrane leggere e che sembrano messaggi di un nostro “inconscio” che ci richiama alla nostra origine più antica. Dal paleolitico infatti l’uomo abita i propri spazi adattando il proprio genere di vita alle possibilità che l’ambiente gli offre. Si tratta di un lungo cammino, un’evoluzione per la sopravvivenza che è iniziata circa 2 milioni di anni fa. Fino dalle origini gli inizi del costruire coincidono con l’inizio della tessitura: l’intrecciare legni e l’intrecciare canapa sono i primi atti del costruire la propria casa. Intrecciando assi l’uomo antico costruisce le proprie navi per spostarsi per mare e al termine del viaggio di quelle assi intrecciate, le capovolge: le fa diventare i tetti delle proprie case. Ancora oggi il linguaggio ci ricorda quella origine: si parla di “tessitura” delle travi, di ordito dell’assito che compongono le navate. Col tempo, queste case sono state trasformate dall’uomo che le ha decorate e infine le ha rese stabili, eterne. Ora è questa eternità e questa stabilità a cui noi uomini moderni siamo abituati che richiede un ripensamento in quanto il pianeta un tempo ritenuto dotato di risorse inesauribili ha rivelato un’altra “natura”. Ora tutta la ricerca e l’innovazione sono impegnate a recuperare tempo, spazio, energie nel rispetto delle risorse prime e nella prospettiva di un futuro ecologicamente sostenibile.

I motori della ricerca anche in materia di nuovi materiali, sono state le guerre mondiali del ’900 e la conquista dello spazio. Oggi invece si può dire che il nuovo motore della ricerca sia la conquista di un futuro per noi e il nostro ambiente. E questo futuro non può che partire da questo presente sostenibile. In questa corsa si stanno disegnando, progettando e producendo nuovi materiali. Questi hanno la caratteristica di essere tessuti, membrane che ci riportano all’origine stessa del costruire. Ci riportano a quando l’uomo costruttore “tesseva” lo spazio che abitava e lo rivestiva di membrane, di pelli di animali abbattuti durante la caccia. Posate su strutture lignee intrecciate queste membrane proteggevano dal freddo e dalle fiere. Fu la contestazione americana degli anni 60 che pose anche il problema di un modo diverso di intendere l’abitare, riparlando di una architettura tessile di origine nomadica e delle sue potenzialità di restituirci un modo più corretto di intendere il concetto stesso di abitare. Si tratta delle esperienze che portano ai Drop-Out di San Francisco che costruiscono gli shelter di Sausalito e dove si sperimentano le cupole geodetiche di Buckminster Fuller. Il riferimento continuo al lavoro degli scienziati è indice che non si tratta di una contestazione verso la tecnologia. Piuttosto è il richiamo della tecnologia verso il tema del pianeta che da poco lo si è visto nella sua vera nelle foto delle missioni Nasa. Non è un caso se tra le persone che ne fanno parte ci sono Stewart Brand, Kevin Kelly, Howard Rheingold e altri ancora (www.wholeearth.com).

In quegli anni c’è una ricerca espressiva che ri-parte dalla ri-lettura del modo di abitare di chi dentro la “natura” non solo ci viveva ma anzi se ne sentiva parte. Molta attenzione viene costantemente posta verso le popolazioni nomadiche e verso il loro modo di abitare. Sono gli anni nei quali al Museum of modern Art di NewYork–MoMA– Bernard Rudofsky espone l’Architettura senza Architetti: una collezione di foto che illustra le differenti forme abitative sul pianeta. Chi dice che l’atto di costruire è sempre un atto innaturale dice una cosa che vuole solo produrre un effetto di stupore. Nella sostanza il costruire è proprio ed interno alla Natura stessa.
Quello che interessa qui è l’uso che si fa da subito di una tecnica semplice e millenaria come la tessitura: la tessitura nasce dalla necessità di soddisfare esigenze materiali basilari del corpo, come coprirsi, per difendersi dagli sbalzi di temperatura e dagli eventi atmosferici. Ma viene presto usata per costruire spazi intorno all’uomo, assumendo una valenza ancora più duratura e visibile anche agli “altri”. La storia della tessitura segue passo passo quella dell’umanità.

Ancora oggi che il tema è la sostenibilita ambientale la tessitura torna ad essere il termine chiave. A fianco di prodotti a membrana che ormai si usano in tutte le costruzioni quali i geotessili, i tessuti non tessuti, i teli di varia natura che entrano all’interno della produzione o i tessuti di arredamento c’è un uso di materiali tessili che è specifico per realizzare nuovi linguaggi dell’architettura: si ritorna al concetto appena espresso di un’architettura che ci riporta indietro nel tempo. Le prime testimonianze di costruzioni costituite di membrane risalgono al 40.000 a.c, nel Paleolitico superiore. I primi ritrovamenti sono stati fatti nei territori dell’attuale Ucraina, le cui popolazioni erano nomadi. Durante l’inverno sostavano nelle vallate più riparate dai venti glaciali, durante l’estala steppa periglaciate si spostavano verso le in cerca di cibo. La capanna costruita con materiali naturali facilmente disponibili quali ossa e pelli animali, legni, foglie e paglia, rappresenta la massima espressione di leggerezza, flessibilità e adattabilità, tutti paradigmi peculiari di una cultura nomade.
Queste stesse caratteristiche sono state riprese dalle nostre più aggiornate tecnologie e rappresentano nella costruzione degli spazi quegli elementi che rendono modificabili, morbidi, variabili i nostri spazi oltre che adattabili, smontabili e riciclabili quasi per la totalità. Non stiamo parlando di semplici tessuti per arredamento ma di una serie di materiali in fogli, tessuti, membrane che possono essere realizzati in differenti materiali. Si tratta di membrane composite tessili che sono il risultato di attività di riciclo di materiali differenti. L’argomento comunque non è nuovo: infatti la Comunità Europea già da parecchi anni ha colto il potenziale valore di queste ricerche finanziando due progetti di ricerca: attraverso il finanziamento di un progetto Competitive and Sustainable Growth del V Programma Quadro (1997-2001), è stato attivato il network europeo tematico TensiNet.
Il secondo progetto riguarda il finanziamento da parte della Comunità Europea – con un contributo di 10 milioni di Euro – di un progetto integrato di centri di ricerca e piccole e medie imprese del VI Programma Quadro (2002-2006) è stato creato il consorzio Contex-T, per lo sviluppo di materiali tessili multifunzionali per applicazioni in architettura. Questo progetto è terminato nell’agosto del 2010. Per l’Italia è la Ditta Canobbio chiamata a partecipare a questo progetto. La ditta produce materiali tessili, membrane tessili, materiali leggeri di ogni tipo per la realizzazione di un tipo di architettura che sta vivendo una stagione di rinnovamento. È interessante notare come oggi l’innovazione, in special modo quella che si occupa di recuperare e riciclare si sia spostata proprio all’interno di questi materiali, delle membrane tessili. A monte di queste attività produttive vi sono studi che partono dall’analisi dei cicli di vita dei materiali.
L’ACV (Life Cycle Assessement) è un analisi sistematica che valuta i flussi di materia ed energia durante tutta la vita di un prodotto, dall’estrazione delle materie prime, alla produzione, all’utilizzo, fino all’eliminazione del prodotto stesso una volta divenuto rifiuto. L’obiettivo generale di una LCA è valutare gli impatti ambientali associati alle varie fasi del ciclo di vita di un prodotto, nella prospettiva di un miglioramento ambientale di processi e prodotti. Questo è diventato l’obiettivo principale di alcune aziende per progettare e realizzare un prodotto che causi un minor impatto sull’ambiente.
Molti dei risultati ottenuti sono stati merito della natura stessa di queste aziende che hanno saputo trasferire tecnologie da un campo applicativo ad un altro. Un ulteriore elemento che pone in evidenza una attitudine al “movimento” anche in termini di intelligenza applicata. In special modo in relazione alla possibilità di riciclaggio dei prodotti. In questo caso occorre distinguere tra i prodotti monocomponente e quelli multistrato. La riciclabilità del mono componente è semplice e garantisce il recupero totale della materia. Questo è già un indice a favore della scelta di realizzare architetture leggere.
La richiesta di migliori prestazioni richiede però di accoppiare materiali differenti che rende meno agile il riciclaggio dei materiali. La Texyloop del Gruppo Ferrari ad esempio ha impostato la sua ricerca e la sua produzione nel recupero di membrane composite tessili di origine vinilica. Recupera all’interno di una fitta rete europea i teloni in PVC dimessi e con un processo suddiviso in sei fasi (pretrattamento, dissoluzione, separazione, precipitazione, essiccazione, recupero del solvente) recupera i materiali che tornano ad entrare nel processo di costruzione. Il sito di Texyloop non è tanto studiato per mostrarci la qualità dei suoi prodotti ma per mostrarci come la sua attività abbia come primo obiettivo una sorta di “assorbimento” dell’impatto del materiale sull’ambiente.


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L'autore

Fabio Fornasari

Fabio Fornasari alterna la pratica professionale con la didattica presso la NABA - Nuova Accademia di Belle Arti - di Milano e la Facoltà di Sociologia di dell’Università di Urbino “Carlo Bo”. Suo il progetto per il museo del Novecento a Milano.


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