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Vivere sostenibile

Un atlante sulla produzione della carne

Pubblicato un importante studio che analizza gli impatti ambientali e sociali della produzione di carne e latticini. Cambiare si può, e si deve

Scritto da il 12 febbraio 2014 alle 8:25 | 0 commenti

Un atlante sulla produzione della carne

È da tempo noto che mangiare troppa carne fa male alla salute. E al Pianeta: l’allevamento ai fini alimentari assorbe infatti una enorme quantità di risorse, acqua e mangimi in primis, e produce impatti importanti che vanno dalla deforestazione alla perdita di biodiversità, all’inquinamento. A ciò va aggiunto il problema della gestione della produzione, in mano a veri e propri colossi.

Per richiamare l’attenzione sugli impatti del sistema globale di produzione intensiva di carne – ma anche di prodotti caseari – l’associazione ambientalista Friends of the Earth ha commissionato alla dalla Heinrich Boell Stiftung, fondazione affiliata al Partito dei Verdi tedeschi, lo studio “Meat Atlas: facts and figures about the animals we eat, che invita ad un ripensamento radicale del modo in cui produciamo e consumiamo carne e latticini.

Per cominciare, si mangia troppa carne: nonostante la stagnazione dei consumi in Europa e Nord America, la domanda globale della stessa è comunque in crescita, grazie alle economie emergenti asiatiche, dove si prevede un aumento dell’80% della domanda di carne e latticini entro il 2022. Un incremento che metterà a dura prova la nostra capacità di affrontare la scarsità di risorse del Pianeta.

Lo studio non invita a smettere di mangiare carne: le conclusioni suggeriscono che, se si consumasse meno carne e soprattutto la si producesse in modo differente, ne potrebbero beneficiare sia l’ambiente che la società. Non solo in termini di salute, ma anche a livello sociale ed economico, dato che i piccoli allevamenti, soprattutto di pollame e soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, sono una sorta di toccasana quando si parla di lotta alla fame, alla povertà e alle differenze di genere. Gli animali sono un’importante fonte di reddito in molte regioni del mondo, e se le donne nei Paesi in via di sviluppo riescono ad allevare un numero sufficiente di animali, possono ottenere un prestito ad esempio da un istituto di micro-finanza, e diventare così indipendenti, acquistando altri animali, investendo in una nuova stalla e conoscendo i vantaggi di un maggiore igiene ed una più sana alimentazione.

“Mangiare carne non deve necessariamente danneggiare il clima e l’ambiente – si legge nello studio -. Al contrario, un uso appropriato dei terreni agricoli da parte degli animali potrebbe anche avere dei benefici a livello ambientale”. Oltre il 40% della superficie terrestre, infatti, “è troppo secca, troppo ripida, troppo calda o troppo fredda per le colture”.

In tali aree, gli allevatori hanno un vantaggio strategico: possono usare i loro animali per convertire la vegetazione locale in cibo ed energia. I loro metodi di produzione devono essere adatti alle condizioni locali, ma richiedono specifiche razze di bestiame e una conoscenza approfondita delle esigenze degli animali e la situazione locale: il contrario di quello che succede dove arriva il lungo mantello delle multinazionali del cibo.


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L'autore

Stefania Marra

Stefania Marra, giornalista professionista dal 1994, è stata per circa dieci anni caporedattrice della rivista Modus vivendi. Dal 2005 gestisce il modulo pratico di giornalismo al Master di comunicazione ambientale (CTS/Facoltà di Scienze delle comunicazioni Università La Sapienza). Scrive soprattutto di storia sociale dell'alimentazione e di ambiente, settore per il quale ha ricevuto diversi premi giornalistici.


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